Col cuore a 4.000 metri

 Col cuore a 4000 metri

da TRACCE N.6 Giugno 2005
Michele Faldi

Cosa c’è di diverso nella vacanza di una comunità sudamericana? Tutto e niente. Gite, testimonianze, incontri, canti e letture vissuti con la stessa passione, perché il cuore e la proposta sono i medesimi

Pensare a vacanze in Perù potrebbe essere indizio di passioni alpinistiche, naturalistiche o al più archeologiche. Non sono pochi, infatti, coloro che ancora vedono in questo lontano Paese una delle mete ambite per i propri periodi di ferie e di relax.
Affrontare alcune delle catene montuose più alte del mondo, cercare di emulare i grandi scalatori inerpicandosi sulle cordigliere andine, sfidare la natura alla ricerca delle ultime oasi ricche di pericoli e di animali lungo montagna. gli affluenti del Rio delle Amazzoni o sulle coste del Lago Titicaca, visitare gli impervi e ancora isolati siti archeologici di Machu Pichu e Cuzco, ammirando i capolavori ingegneristici e i tesori precolombiani che già affascinarono i conquistadores spagnoli secoli fa: questo è il Perù che normalmente riaffiora alla mente dalle lontane ore scolastiche di geografia o che si intravede dalle brochure delle agenzie di viaggio.

I più sensibili – o forse i più a la page – pensano, invece, a questo Paese latino americano come al teatro di una delle ultime possibilità di condivisione equa e solidale di fronte alla povertà del quarto mondo.
Insomma, ce ne sarebbe abbastanza per soddisfare tutti i gusti.
Se devo, però, pensare a quanto ho visto laggiù, se devo raccontare quanto mi è capitato durante le settimane che, in Perù, ho tutto trascorso per le vacanze il pensiero corre ad altro.

Il motivo è semplice: anche laggiù da anni è presente il movimento e anche laggiù da anni – come in Italia e in altre parti del mondo – le vacanze sono uno dei momenti più significativi dell’anno.
In un certo senso non c’è alcuna differenza con quello che molti dei lettori di Tracce conoscono delle vacanze: alcuni giorni trascorsi insieme a volti amici e a volti visti per la prima volta, gite, serate trascorse a sentire musica o testimonianze di vita, giochi più o meno agonistici, canti ascoltati o eseguiti, un tempo in cui poter leggere o ascoltare qualcosa di significativo, una possibilità di convivenza e di condivisione della vita.

L’unica differenza è data dalle persone. E non potrebbe essere  diversamente. Dato che le vacanze non sono mai state il frutto di uno schema organizzativo, ma il rendersi evidente, l’emergere di un’esperienza di persone, si può dire che in Perù le vacanze sono diverse da quelle di qualsiasi altro luogo, perché laggiù ci sono quelle persone e non altre.
Persone che hanno scoperto – in sperduti posti sulla cordigliera o nella selva, nelle aule di un’università posta nella periferia di una megalopoli o in una casa sulla riva dell’oceano – che cos’è il cristianesimo, che hanno lavorato mesi per poter avere i soles per pagarsi le vacanze, che arrivano alla meta dopo aver trascorso una sessantina di ore di pullman. Tutte con molte domande e qualche certezza, se non altro di aver incontrato qualcosa per cui vale la pena esserci.

Allora, arrancando ad oltre 4.000 metri sotto la montagna che tutti conoscono perché scelta dalla Paramount come proprio simbolo, attraversando un canyon su un traballante marchingegno a funi, cogliendo una papaya o un mango direttamente dalla pianta, ascoltando una canzone in quechua (l’antica lingua inca) invece che un canto degli Alpini, facendo i giochi ispirati a Los Increíbles, si può dire che in Perù le vacanze sono diverse dal solito.

Ma allo stesso tempo – e senza retorica – sono esattamente simili a quelle che sempre ti ricordi di aver fatto.
Vere, entusiasmanti, commoventi come solo la vita toccata da un avvenimento può esserlo.