Commento di Marco Blatto all’articolo “Tutto facile”

 

Cos’è cambiato? Proporzionalmente all’evoluzione dei tempi e dei costumi assolutamente niente! Leggetevi Samivel o ancora meglio: La montagna presa in giro di Mazzotti che è del 1931. Le situazioni che oggi media social e giornalisti portano all’attenzione di tutti erano esattamente quelle di 80 anni fa! Tutti quanti, si accorgono di più dei cosiddetti idioti perché abbiamo una capacità  di farglielo sapere un milione di volte superiore di quella dei tempi di Mazzotti, che doveva scrivere un libro sarcastico rivolto a un mondo di appassionati o semplici avventori che era un milione di volte esponenzialmente più piccolo di quello odierno. E se qualcosa è davvero cambiato, lo si cerchi nella logica delle facilitazioni della montagna che è corsa di pari passo con una società  che pretende di decidere unilateralmente per il bene e la sicurezza altrui, attuando di fatto un controllo sull’individuo. Ci si scagli contro chi permette a chiunque di arrivare lassù in poco tempo e con qualsiasi tipo di preparazione, attrezzatura, abbigliamento. E anche negli ambienti dei cosiddetti addetti ai lavori, ci si faccia un sano mea culpa, perché sono tantissimi coloro che hanno preteso di facilitare la riuscita a chiunque, mitigando il rischio con chiodi o spit che non dovevano essere messi, con vie di discesa rapide, facilitate o attrezzate, laddove un tempo ci si muoveva solo se si era in grado di muoversi. Eppure, tutti volevano le vie plaisir a due passi dal loro rifugio, le classiche attrezzate per portarci i clienti, e chi più ne ha più ne metta. In pratica la logica che la montagna deve essere in qualche modo adattata all’individuo e non il contrario. Si è preteso a tutti i livelli di rendere la montagna più veloce, spendibile e redditizia, così oggi può essere una funivia a accontentarmi di salire e andare a scorrazzare sul ghiacciaio, al pari di una via più attrezzata o che può essere discesa in caso di necessità, magari dove 100 anni prima si saliva con gli scarponi e la corda di canapa in vita! Poi attenzione: con questa logica di denuncia poco chiara (perché necessariamente diventa difficile tracciare un confine) si tende a confondere l’imprudenza dell’omino della strada con quella di chi aspira a realizzare qualcosa in montagna, a qualsiasi livello o con qualsiasi preparazione. Nessuno e dico nessuno, anche degli alpinisti più capaci, può dire oggi di non aver rischiato oltre il limite della semplice imprudenza. Cosa c’era di diverso? Semplicemente che è andata bene! Se fosse andata male, oggi, avremmo meno di un terzo delle persone che hanno scritto la storia dell’alpinismo! E oggi continuano a essere vittime degli incidenti mortali alpinisti esperti e guide con clienti, per fatalità  qualche volta ma per errore di valutazione o sopravvalutazione tante altre. Questo perché così è il gioco! Un principio però deve essere sacrosanto, contro ogni divieto, polizza di assicurazione che qualcuno vorrebbe obbligatoria, folli patentini: che ciascuno deve essere libero di andare dove vuole e come vuole! Cosa è sempre stato e cosa dovrebbe continuare a essere.

Tutto facile

di Veronica Balocco da “Eco di Biella” del 15 luglio 2017

Sfoglio “La Stampa”. Leggo il bollettino di guerra degli ultimi giorni e mi fermo a pensare. Non capisco: cosa non funziona in questo strano mondo che è la montagna, nel quale tutti desideriamo emozione e tutti vogliamo farcela? Dov’è che il meccanismo si inceppa?  La morte di un giovane sul Cervino, salito in direzione della vetta dopo aver concluso una gara di corsa. I 25 turisti che nei giorni scorsi hanno vagato slegati sul ghiacciaio del Gigante, al Monte Bianco. I due ragazzi recuperati dopo essere stati sorpresi dal maltempo, senza equipaggiamento, in Valtellina. I soccorsi dovuti alla coppia che ha allertato il 118 per la pigrizia di non voler più scendere. Ma  cos’è che non va nelle nostre teste? Forse qualcuno, o qualcosa, ci ha messo nel cervello che ormai possiamo fare tutto. Che siamo invincibili, capaci. Che possiamo farcela. E’ l’ingordigia di frasi motivazionali che spopolano su Facebook a farci del male? E’ la voglia di apparire migliori di quel che siamo? E’ l’indifferenza verso un rischio che siamo convinti di non correre mai? O è solo ignoranza? Dura e pura?

Tutti ne siamo dentro, in montagna come al lavoro, e tutti faremmo bene a porci qualche domanda. Non dimenticando che la differenza che la montagna gioca nella difficile partita con la vita è esemplare. Se faccio un errore da sciocca seduta a una scrivania, rimedierà. Se sbaglio a 4000 metri, posso morire.  Eppure non ci pensiamo. Non abbiamo più limiti. La convinzione che ci hanno inculcato è che tutto sia a portata di mano. Carpe diem. Vai. Buttati. Quando ti capiterà  mai di tornare al ghiacciaio del Gigante, tu che in montagna non ci vai praticamente mai? I comportamenti più palesemente incoscienti sono la punta dell’iceberg. Ma tutti, in qualche modo, oltrepassiamo sempre qualche limite. Cosa buona e giusta, quando fatto con cognizione di causa. Cosa folle, quando trasgredisce regole fondamentali create apposta per salvaguardare un’incolumità  che non si ferma a noi stessi. La domanda resta dunque senza risposta. Cosa non funziona in noi? In un mondo nel quale tutti cercano un senso, ma pochi sono pensatori veri, difficile capirlo. Ognuno ha forse la sua personale giustificazione. Ma una cosa, forse, sarebbe bene ricordare a tutti. A noi stessi in primis. Quando non sappiamo fare una cosa, qualunque cosa sia, chiediamo a chi ne sa di più. Affidiamoci, perché non c’è nulla di umiliante nel sentirsi meno esperti di qualcuno. Per diventare maestri, e viaggiare soli, bisogna sempre essere prima buoni allievi. A volte, addirittura, si resta allievi per sempre.