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Il segreto è cercare il facile nel difficile

Articolo preso dal GognaBlog, interessantissimo blog gestito da Alessandro Gogna.

Giuliano Stenghel e Bruno Detassis, Anni ‘80: Via Schubert al Campanil Basso

… il ricordo indelebile del mio amico, testimone di nozze, indimenticabile maestro Bruno Detassis, m’induce a raccontare alcuni intensi momenti vissuti con il grande alpinista…

Il sito GognaBlog offre importanti e a volte esclusivi contributi alla cultura della montagna, sollevando e trattando temi di alpinismo, outdoor, ambiente, storia, avventura e libertà (di azione e di pensiero). Lo scritto è di Giuliano Stenghel, che ha aperto più di 200 vie ed è socio accademico del gruppo scrittori di montagna.

“Il segreto è cercare il facile nel difficile”

Il sole compare all’orizzonte e il vento sta ormai cessando completamente quando mi accingo a mettere le mani sulla roccia. Renzo Vettori nel frattempo si prepara, anzi per alcuni istanti osserva attentamente e ansiosamente i miei movimenti, poi decide di fare velocemente sicura. È sempre così ricco di tensione l’attacco alla parete! Stranamente oggi sono vestito di una tuta rossa da meccanico che mi rende ben visibile dal sentiero attrezzato delle Bocchette che attraversa la montagna opposta distante meno di cento metri. Nel successivo tiro di corda il mio compagno, senza volerlo, sale direttamente nei camini iniziali fin sopra ai tetti che chiudono l’uscita; proseguo poi dirigendomi verso lo spigolo. È una nuova variante alla via originale che viene realizzata dopo una serie di passaggi difficili. Il sole si nasconde dietro le nuvole e di lì ritorna in piena vista, splendendo in un chiarore che si riflette sul nevaio della Val Brenta. D’improvviso, come per magia, tutte le cime divengono luminose per poi, all’improvviso, ritornare grigie e così alternamente per tutta la scalata. Sono molto impressionato dall’ambiente e decido di godermelo abbandonandomi a una magnifica arrampicata. In poche ore percorriamo tutto lo spigolo e non c’è più, tra noi e la cima, che il nulla. Siamo in vetta: di fronte le grandi pareti nord del Crozzon di Brenta e della Cima Tosa, ricoperte in cima di neve. In basso la scena è più morbida: ci sono distese di prati e colline di boschi lussureggianti. Sulla cima del Campanile siamo stregati da questo spettacolo naturale. Di questo monolito roccioso, considerato una delle cime più belle del mondo, ne avevo solo sentito parlare e finalmente mi trovo sulla sua cima. Mi ritornano alla mente le parole dello zio Remo, grande appassionato di montagna:
”Ma il Campanil Basso lo hai scalato?”. “Purtroppo no”, gli risposi seccamente. “E allora che alpinista sei!?”. Come potevo fargli capire che in Valle del Sarca, con i miei compagni di corda, avevamo già aperto vie più impegnative, che avevamo superato difficoltà superiori alla stragrande maggioranza di quelle dolomitiche. Non potevo! Allora le vie a bassa quota non erano stimate, ci sono voluti quasi trent’anni perché il mio alpinismo in valle e sulle scogliere del Garda venisse valutato: meglio tardi che mai! La notizia dell’exploit giunge veloce al re del Brenta: Bruno Detassis, che inevitabilmente incontriamo nel suo rifugio. “Eravate voi sulla Schubert al Basso?”, ci chiede Detassis. “Sì!”, replico. Con tono seccato: “Non era il caso d’informarmi sull’intenzione di fare in prima ripetizione quella via!?”. “Ma… ma perché?”. “Perché, semplicemente si può avvisare!”, mi risponde un po’ infastidito.
Più tardi, riflettendo sull’imbarazzante situazione mi sono reso conto che, seppur involontariamente, avevamo sorvolato sull’importanza di informare il re del Brenta della nostra intenzione. Tuttavia, ho avvertito una strana sensazione: c’era nel vecchio alpinista qualcosa che catalizzava mio interesse, forse il viso segnato dalle rughe e la folta barba bianca o le mani ruvide, secche e screpolate, testimoni di grandi prove. Ben pochi sono i frangenti in cui un uomo possa trovarsi, senza che egli senta una profonda attrattiva per una persona. Seduto a un tavolo del rifugio, non faccio altro che parlare dell’episodio e ben presto mi rendo conto come il Brenta, o meglio quella parte del Gruppo dove si incontrano gli alpinisti veri, sia territorio incontrastato di Bruno Detassis. È come se ogni alpinista fosse sotto la sua protezione, la sua esperienza e i suoi consigli: è la caratteristica di queste montagne, il fascino del suo grande re!
Ci rendiamo conto di aver commesso, sebbene involontariamente, una gaffe e il giorno successivo cerchiamo di rimediare alla figuraccia: “Mi scusi signor Bruno, ci potrebbe indicare una via per oggi?”. La cosa fa il vecchio felice e con soddisfazione risponde: “Sul Torrione Comici, c’è una mia salita molto bella”. Ci avviamo di corsa sul sentiero, attacchiamo la parete, la saliamo rapidamente; infine, ritorniamo al rifugio. Il tutto in poche ore, sorprendendo anche il re del Brenta. “Avete rinunciato?”, ci interroga Detassis. “Ma no!”, risponde Renzo, “L’abbiamo salita”. E, detto ciò, comincia a raccontare passaggi, momenti inerenti all’arrampicata, lasciando il Bruno attonito. Soddisfatto incalzo: “Potrebbe indicarci un’altra via? Ma… un po’ più ardua”. Il vecchio, impressionato dalla nostra sveltezza, volge lo sguardo sulle Cime di Campiglio, proprio di fronte al rifugio e ci indica con un dito una linea: una sua prima ascensione aperta con il Re del Belgio. “Ci sarebbe quella parete nera”. Spiega inoltre: “C’è da fare una traversata a corda di sesto grado per raggiungere una nicchia e successivamente il profondo camino…”. Scanzonato lo interrompo: “Se questa sera ci offre un minestrone, andremo sulla sua via!”. “Va bene!”, mi ribatte Bruno compiaciuto. Non è difficile per me che amo particolarmente i traversi, compresi quelli con la corda, spingermi in questa nuova avventura. Al primo tentativo risolviamo elegantemente il duro passaggio e la via, sotto gli occhi di un folto pubblico e il binocolo di Bruno. In poco tempo siamo nuovamente al rifugio, dal quale riparto per un’ultima arrampicata solitaria.
Ci ritroviamo la sera e, malgrado le strane emozioni procurate, lasciamo il re del Brenta coinvolto, sorpreso, direi entusiasta: abbiamo suscitato stupore, ma anche simpatia per il nostro modo veloce e sicuro di arrampicare. Abbiamo così l’onore di sederci a tavola nel santuario di Bruno: la saletta dietro la cucina, luogo riservato ai grandi alpinisti o agli amici più intimi. Con lui nasce una stretta intesa: provo piacere nel parlare o anche nel solo ascoltare Bruno, riscopro il valore della storia di quelle montagne, i segreti più intimi dell’alpinismo, insomma imparo a guardare le vette con occhi nuovi. Trascorriamo molte estati nelle Dolomiti di Brenta dove facciamo la conoscenza di centinaia di alpinisti più o meno famosi. M’invaghisco di queste cime e me ne innamoro al punto tale di salirle quasi tutte anche più volte. Bruno mi trasmette l’importanza di andare in montagna rispettando l’alpinismo degli altri, soprattutto di quelli che hanno affrontato quelle cime con pochi mezzi, armati prevalentemente di forza e coraggio. In me, il vecchio alpinista invece, ritrova l’entusiasmo per ritornare con le mani sulla roccia. Assieme saliamo prima la vetta del Campanile Alto poi quella del Campanile Basso, qualche anno dopo: Bruno è quasi ottantenne…
Le aquile volano in alto Una sera d’estate, tranquillamente seduto su una panca del rifugio Brentei e in procinto di scrivere alcune cartoline…. La calma che mi circonda è bruscamente interrotta da una notizia inaspettata; Claudio, il figlio di Bruno, mi si avvicina: “Penso che il vecchio abbia in mente qualche cosa, credo voglia salire in vetta al Campanil Alto… Se vuoi accompagnarlo, mi raccomando le sicurezze, vai sul sicuro e soprattutto fa quello che ti dice”. Mai più avrei immaginato di legarmi alla corda di Bruno Detassis e, un po’ emozionato, vado in cucina per parlare con lui; restiamo d’accordo di alzarci presto. Non ci credo ancora e mi corico convinto di farmi una bella dormita. Nell’addormentarmi, chissà perché, mi ritorna alla mente un aneddoto della vita di Detassis: Una signora molto sofisticata, volendo fare conoscenza con il grande alpinista, gli si avvicinò e disse “Scusi, Signor Detassis?”. Lui meravigliato si voltò, la guardò e rispose: “Io sono solo Detassis, il Signore è quello di sopra!”.
L’indomani ho la sveglia a notte fonda e, dopo una abbondante colazione, con Bruno lasciamo il rifugio accompagnati da Rust e Sat, i suoi cani. Le prime luci dell’alba toccano la Cima Tosa colorandola di rosa vivo, mentre il cielo a poco a poco si schiarisce; Bruno ed io con passo cadenzato saliamo al rifugio Alimonta. Dopo un tè bollente, offertoci dagli amici Ezio e Fiore, mi carico lo zaino e uscendo dalla porta non posso fare a meno di guardarmi attorno: ci troviamo nel cuore del Brenta, attorno è solo roccia; altissime e vertiginose pareti interrotte di tanto in tanto da ripidi canali ghiacciati, l’azzurro intenso del cielo, il vento freddo. Bruno cammina avanti, veste il maglione blu e rosso delle guide alpine, pantaloni alla zuava azzurrini, e le pedule quasi nuove. So di avere una guida d’eccezione: conosco la grande esperienza; tutte le sue vie hanno una loro storia precisa che le rende nitide e al solo guardarle procurano sensazioni di intima gioia.
Bruno mi sta svelando i segreti di quelle montagne alle quali ha legato la sua vita di scalatore. Ascoltandolo capisco che molte risposte avrei potuto trovarle nella natura. E così, mentre mi parla, ci appare in tutta la sua maestosa imponenza, la Est della Brenta Alta. Bruno parlando della via che aveva aperto sulla parete, mi dice: “Il segreto è cercare il facile nel difficile”. Mentre il suo sguardo si perde lungo quella lavagna scrutando le sue rugosità: “L’ideare e salire in maniera logica quella solitudine di placche; è come creare o scolpire una statua, oppure come dipingere un quadro: solamente se nell’azione si sprigiona tutta la forza sia fisica che mentale, solamente allora, nasce l’opera d’arte; un capolavoro d’estetica”. Insomma la soluzione di quella parete, cinquant’anni or sono, poteva essere privilegio di pochi campioni come Detassis.
Con quella stupenda immagine, arriviamo alla nostra meta; al momento di usare la corda Bruno si lega con il semplice nodo delle guide, con un giro di corda alla vita senza imbraghi, come si andava una volta. Io faccio lo stesso. Lo osservo salire incuriosito e rimango colpito dalle sue mani che escono dal corpo di prepotenza come se cercassero, con un ritmo impareggiabile, qualche cosa di vitale, di amico. In bocca il solito toscano che spunta dalla folta barba grigia. Fa freddo e il forte vento da nord sembra non voler cessare, tuttavia la giornata si mantiene limpidissima; il vuoto sul versante ovest del Campanil Alto è interrotto dal verde lontano dei pascoli della Val Brenta. L’arrampicata procede naturale; è bello trovarmi quassù e per me ancora più bello con un compagno di cordata come Bruno: un compagno che potrei o paragonare o disegnare come un’aquila.
Nel profondo camino che porta alla forcella, posta fra le due cime, siamo riparati quindi l’arrampicata procede veloce e di tanto in tanto il sole ci cattura accarezzandoci con il suo calore e la sua luce. Continuiamo ancora finché la parete comincia a degradare verso la cima. Faccio sosta pochi metri sotto la sommità e invito il mio compagno a salire: “A te Bruno l’onore della cima”. La risposta immediata: ”Tu hai guidato la cordata e tu vai su”. Risoluto: “A te l’onore della cima”. Ma Bruno non intende accettare l’invito. Sempre più determinato pronuncio a voce alta: “Va bene… rinunciamo alla cima!”. “E no!”, mi risponde, prendendo, dopo tanto tempo, il comando della cordata. Non posso fare a meno di guardare con emozione Bruno che scala gli ultimi metri e poi ancora sulla cima quando si alza a fatica, quasi a voler continuare la scalata oltre nel cielo. “Le aquile volano in alto, i corvi in basso”, mi dice Bruno Detassis. Una giornata indimenticabile, una delle più belle tra quelle vissute in montagna.
(Il racconto di Bruno Detassis) Un lontano giorno, tanto tempo fa, mentre mi stavo godendo un momento di tranquillità al rifugio, mi capitò di ascoltare il racconto di un alpinista a un gruppetto di amici. Raccontava di una salita nel gruppo del Catinaccio in cui, resosi necessario il bivacco, la cordata aveva trovato riparo in alcuni sacchi di plastica, quelli neri usati per la raccolta dei rifiuti, che si erano portati dietro. Ero rimasto colpito dall’originalità della soluzione che a me non sarebbe mai passata per la mente e divertito riflettevo come, anche alla mia età, c’è sempre qualcosa da imparare.
Dopo un certo tempo lo stesso personaggio ritorna al rifugio e mi propone di fare una salita insieme: il lavoro mi impegna e sono senza allenamento, sono tentato di rifiutare ma, alla fine, non riesco a dire di no e ci accordiamo per la normale del Campanil Alto. Saliamo con sicurezza e disinvoltura: a pochi metri dalla vetta lui si ferma e mi dice: “Alla cima vai tu prima di me”. Accetto dopo una piccola discussione e tocco la vetta. Tornati al rifugio mi rendo conto che la sua gioia per aver arrampicato con me è grande e che grande è anche la mia soddisfazione, sia per essere tornato dopo anni sull’Alto, sia per aver ammirato la sua arrampicata facile ed elegante. Tengo per me le mie sensazioni.
Passa ancora un po’ di tempo, lui torna e mi dice: “Vorrei fare con te il Campanil Basso, ho con me anche un compagno”. Quel giorno sono libero, un po’ più preparato e quindi accetto scegliendo la via normale, non desiderando un impegno più gravoso. Attacchiamo e saliamo per la via normale quando, ormai verso la cima, lui propone di tirare dritto su per la parete. Mi oppongo: abbiamo scelto la via normale, rispettiamo la via tracciata dai primi scalatori. Arrivati in cima lui e il compagno mi abbracciano, osservo la loro gioia che è immensa e autentica. Torniamo in allegria e lui mi confida il desiderio di aprire vie nuove ma interessanti. Gli spiego che ve ne sono ancora molte, difficili e lontane dalle altre vie. Lo vedo entusiasmarsi: le vie sono state successivamente aperte e portano il loro nome. Passa dell’altro tempo, ritorna e mi propone una via ad Arco, desidera girare anche un breve documentario e di nuovo a pochi metri dalla cima, mi dice: “A te, Bruno, l’onore della vetta”. Lo guardo, capisco che è inutile discutere, percorro gli ultimi metri fino a una grande terrazza e poi via a casa. Ecco come ho conosciuto Giuliano Stenghel: l’amicizia è divenuta tale che ho finito per fare da testimone al suo matrimonio!