Intervento di Gratien Volluz, priore dell’Ospizio al Passo del Sempione e guida alpina, nel 1965 partecipa a un convegno di guide e alpinisti a Trento e interviene con una relazione dal titolo “Perché faccio dell’alpinismo?”.
Nato in una regione alpina, nella valle del Gran San Bernardo
fu per me inizialmente un obbligo percorrere la montagna; prima come pastorello di capre e pecore, successivamente come portatore dal fondovalle alle capanne, infine, prima di entrare in seminario, quale operaio della costruzione di sbarramenti idroelettrici.
Dirò con Saint-Exupéry che fui letteralmente ammaliato dalla montagna. Scopersi così la necessità della tecnica, di cui già ha detto Michel Vaucher: quella fase febbrile che tutti i giovani conoscono, in cui si è presi dall’ebbrezza della tecnica alpinistica, fase necessaria se si vuole andare più lontano, fase appassionante che ci dà l’impressione di aver annullato la legge di gravità e di aver liberato nel modo più assoluto il nostro spirito.
Vi fu poi un’interruzione di 8 anni, durante i quali studiai, con la teologia, la storia delle religioni e della Chiesa: alpinisticamente un periodo di sosta, che mi permise di meditare a lungo sulla montagna. Scopersi allora con entusiasmo le sue vere ricchezze appena intravvedute in precedenza: ricchezza a tutti i livelli sociali. Per cominciare in campo fisico, con la salute, che costituisce un fattore di enorme importanza, in secondo luogo nel campo immaginativo: a questo proposito, dopo prolungati soggiorni in città, apprezzai come il poter tornare in montagna serva a disintossicare l’immaginazione.
Poi nel campo della formazione: anzitutto con la capacità di giudicare e accedere alla conoscenza delle nostre possibilità e dei nostri limiti.
Al di sopra di questo sviluppo umano completo
fu con autentico entusiasmo che mi resi conto come la montagna potesse essere, ed in effetti lo è, un simbolo che mi permette di esprimere la mia fede cristiana. Fui stupito di scoprire già nella storia delle religioni primitive l’importanza della montagna. E fui entusiasmato nel sentire uno specialista della storia delle religioni, Mircea Eliade, dire che la montagna è uno dei simboli gerofantici (n.d.r. rivela la presenza del divino) più significativi.
Proseguendo questi studi in base all’Antico Testamento, il mio entusiasmo aumentò nel constatare il grande significato della montagna nella rivelazione giudaico-cristiana. Essa è il simbolo della verità. Contrariamente alla concezione greca, per cui il vero è ciò che è trasparente, luminoso, uscito dall’oscurità, e per cui la luce stessa è simbolo della verità, nella Rivelazione giudaico-cristiana è vero ciò che è saldo, su cui ci si può appoggiare. Così il primo significato della radice della parola verità è il chiodo piantato nella parete e a cui ci si può appendere qualcosa, in un secondo tempo è il bastone su cui prende appoggio il pellegrino, più avanti ancora è il braccio della madre con cui il bimbo riesce a sostenersi, infine è Dio stesso, sostegno del credente. Questa nozione di verità trova il suo simbolo nella roccia. Nell’Antico Testamento è la roccia che esprime la saldezza del nostro Dio. E san Paolo conclude il lungo cammino della Rivelazione dicendo «questa roccia è Cristo».
Tutti i fatti culminanti dell’Antico e del Nuovo Testamento si svolgono sulla Montagna: dal colloquio di Mosè col Signore, fino alla predicazione delle Beatitudini, alla Trasfigurazione, alla Crocefissione, all’Ascensione.
La realtà umana della montagna
trova il suo coronamento morale in queste verità della Rivelazione cristiana: dei valori, che è nostro dovere, un dovere più urgente che mai, di porre a disposizione dei giovani.
Questo per quanto riguarda l’aspetto soggettivo. La Montagna, ripeto, fu l’ambiente in cui si svolse la mia attività professionale. E fu in montagna che cominciai appunto ad occuparmi dell’educazione dei giovani.
Sono stato lieto di aver qui potuto constatare come su questo argomento mi trovi d’accordo con un gran numero d’alpinisti: d’accordo cioè nel profondo convincimento che la montagna può essere e deve essere un grande mezzo di educazione.
Dalla successione di testimonianze di quelli che mi hanno preceduto, attraverso l’illustrazione di aspetti particolari fatta dall’uno e dall’altro, si è desunto che la montagna possa integrarsi in un’educazione completa e validissima dell’uomo. Abbiamo sentito dire che la montagna permette all’uomo di crescere bene (Rébuffat); di realizzare se stesso (Magnone); che tempra alla lotta per la vita (Bruno Detassis); che è uno sport creatore (Clark). E altri ancora definirono l’alpinismo un’attività che permette al singolo di inserirsi nell’umano consorzio (Maestri); scoperta del mondo e del nostro posto nell’universo (Harlin e Habersaat); evasione (Yvette Vaucher e Konrad Kirch); senso della libertà (Loulou Boulaz e Manuel Anglada); vittoria su noi stessi (Nava); e sulla paura (ancora Maestri); modo di apprendere la verità e di purificare la nostra fede (Mazeaud); amare le cose difficili, la grande fortuna di aver manutenuto aperto il ventaglio delle nostre possibilità (ancora Rébuffat)…
Che cosa sono questi, se non aspetti particolari di un’educazione completa?
Varrebbe la pena — è una proposta che faccio per un altro anno — di prevedere che la Tavola Rotonda sia imperniata su di un esposto fatto da uno dei più autorevoli tra noi, per trarre da tutte queste testimonianze, punti di partenza indispensabili, gli elementi validi ed autentici dell’alpinismo da porre a disposizione dei giovani.
Sotto una tale visuale educativa il primo aspetto dell’alpinismo è che esso serve a formare degli uomini, rivelandosi quale mezzo per neutralizzare gli effetti negativi di una civiltà moderna, indubbiamente necessaria e utile, ma di cui non si possono evitare gli inconvenienti. E sono numerosi, a cominciare dalla meccanizzazione che se permette di ridurre la durata del lavoro e di riservare così un maggior tempo allo svago, comporta l’inconveniente di annullare i rischi normali della nostra esistenza e di sopprimere ogni senso di pena, il che è in definitiva qualcosa che rende inumani.
La montagna permette di lottare contro tutto ciò.
Permette di fornire una specie di compenso a quella mancanza di natura veramente naturale che si fa di più in più sentire soprattutto in città. Essa si rivela il luogo più favorevole per apprendere ad utilizzare bene la potenza moderna data dalla tecnica. L’alpinismo è un modo felice di impiegare il tempo superfluo. Vi è chi ha calcolato che l’uomo moderno dovrebbe dedicare 40mila ore della sua vita al lavoro, lavorando quindi in media per 20 anni, e così lasciare il resto del tempo disponibile per la formazione e lo svago. Ecco dunque la montagna diventare uno dei mezzi più adatti per salvare l’uomo moderno; anzitutto per salvaguardare in lui il poeta, minacciato dalla tecnica.
E l’uomo andrà dunque in montagna per contemplare, secondo le molte testimonianze qui rese in tal senso.
Andrà in montagna per apprendere
il senso dello stupore e della meraviglia: per cui basta aprire gli occhi e guardare. Andrà in montagna per imparare il senso della sua vita e riscoprire la sua vocazione di pellegrino. Credo che al di là del determinismo che influisce sul comportamento, ma che possiamo dominare, esiste in fondo a ciascuno di noi questo bisogno di andare alla ricerca di Dio, di cui ha detto Pierre Mazeaud: perché Dio ci vuole tutti interi, come interi ci ha fatti.
Al priore dell’Ospizio del Gran San Bernardo al Passo del Sempione e guida alpina è stata dedicata una cima: la Pointe Gratien Volluz dai primi salitori dell’alta parete che si sprofonda sul lato svizzero. Alta 3362 m, essa è posta fra il Mont Grapillon ed il Petit Grapillon, al quale è collegata da una larga sella nevosa.



