Valore delle gite nelle vacanze estive

Voglio riprendere con questo scritto il “perché delle gite” nelle nostre vacanze estive, il loro valore educativo. Se esso non è chiaro, nelle vacanze estive comunitarie con gruppi numerosi si tenderà a proporre solo brevi passeggiate, non sempre legate agli altri momenti della vacanza stessa e magari si moltiplicheranno gli incontri al “chiuso”.
Per capire il valore dato alle gite da don Giussani parto da un racconto di Gelsomina e Silvana, suore della Carità dell’Assunzione, della loro prima vacanza di Gioventù Studentesca al Passo di Costalunga pubblicato su “TRACCE”.
«Un giorno sì e uno no, la gita. I primi giorni camminate più facili, poi le più faticose. In gita, si procedeva in fila indiana, tenendo tutti lo stesso passo, in un silenzio carico di rapporto tra noi e quello che avevamo intorno: “La bellezza delle montagne è segno – diceva don Giussani -, tutta la realtà è segno. Per questo si sta in silenzio, camminando”». Nei tratti più difficili i più esperti aiutavano gli altri; i più scalcagnati dovevano stare davanti… E una volta arrivati, si cantava. «Quelle parole erano piene – spiega Gelsomina -, non c’erano chiose: a una parola corrispondeva una realtà, un’esperienza. Destino. Compagnia. Libertà. Le parole potevamo capirle di più o di meno, ma non erano un’eco vaga di stati d’animo o ragionamenti…».

Cantando in Val Troncea

Come avevo scritto, occorre tornare alle radici della nostra attrazione per la bellezza della montagna. La montagna ci chiama a sé: desideriamo la pace e i silenzi delle “terre alte”, desideriamo immergerci nel contesto naturale, desideriamo salire le cime con gli amici. E quando in un punto panoramico lo sguardo si apre a ciò che è sotto di noi, ci accorgiamo che i contradditori aspetti della vita tendono a ritrovare il loro giusto posto, la loro giusta dimensione. È proprio vero: dall’alto si vede meglio. Contemplare con stupore i monti lanciati verso il cielo, le vette, i colli che desideriamo salire fa vibrare il nostro cuore. Un cuore che anela all’ultimo desiderabile di cui non abbiamo ancora la cognizione piena, ma di cui sperimentiamo l’attrattiva. La vita è andare oltre, al di là del nostro limite, per arrivare alla meta, al compimento, alla cima.

Provo ora a sintetizzare per punti il valore delle gite o escursioni nelle nostre vacanze, partendo dalla lunga esperienza mia e degli amici della Compagnia della Cima. (Nel linguaggio tecnico si usa il termine “escursione” mentre “gita” è la modalità più immediata per descrivere la stessa esperienza. n.d.r.).

In gita nel Vallone di La Thuile

La realtà

  • Il reale desta la nostra coscienza, la bellezza della natura desta il Senso Religioso in noi.
  • È la coscienza che porta il significato della realtà tutta. Noi siamo stati educati ad andare in montagna durante le vacanze estive per impattare la realtà, per scoprire che essa è segno. Il segno è una esperienza reale che mi rimanda ad altro, oltre ciò che vediamo.
  • La bellezza, l’imponenza della montagna ci attrae, ci chiama a guardare in alto, ad un Tu che è infinito. (Mi piace citare una parte del ritornello della canzone di Claudio Chieffo La notte che ho visto le stelle: «volevo salire là in alto per vedere e per capire».
  • La “gita” è un’occasione concretissima per far vivere ai più o meno giovani un’esperienza, scoprendone il senso. Il privilegio non è mai alle “parole”, ma all’apertura di significato connessa al gesto stesso.

Salendo in Val di Gressoney

  • Un gesto è tale se sono chiare le ragioni, per questo la gita deve essere presentata bene (non è una parentesi nelle vacanze) e la meta deve essere chiarita. Luigi Giussani, nel libro La convenienza umana della fede, ci insegna che «solo amando la meta ti ricordi, ami “i passi” che fai verso di essa. Così è nell’ascensione in montagna e così è nel cammino della vita. Mentre tu fai i passi, devi amare la meta più che i passi. Nei passi devi amare qualcosa d’altro. Il passo non diventa però un pretesto momentaneo, no, perché quanto più tu ami la meta, quanto più tu ami quella vetta, tanto più ti ricordi con amore di ogni spuntone di roccia, di ogni sasso che devi brandire con la mano stretta, di ogni passaggio, di ogni momento in cui l’erba si affaccia sull’abisso, ti ricordi di tutto, ami tutto, tutti i sassi. Ami, se e nella misura in cui ami la meta».
  • Le gite devono essere adeguate alle persone che sono in vacanza (talvolta il criterio, nelle vacanze delle comunità di adulti, è quello della stessa gita per tutti, sproporzionata per alcuni, troppo facile per altri).
  • Si possono proporre percorsi diversi con un’unica meta, se possibile.

La meta

  • deve essere significativa, è da privilegiare un bel punto panoramico o un luogo di particolare bellezza.
  • Le gite devono essere sfidanti, si vive un’avventura. Dal libro di Luigi Giussani Vivendo nella carne «[…] la parola avventura è quella che descrive meglio uno che sta camminando. Se uno che sta camminando non vive il cammino come avventura, non guarda le cose in giro e non s’accorge di quel che c’è, non ha l’eco del reale, non riecheggia per lui la realtà. E, in secondo luogo, non riecheggiando per lui la realtà, non verifica: il suo camminare non verifica che razza di destino unitario ha con tutto ciò che lo circonda. È come uno che faccia una gita o un cammino senza guardare niente; alla fine, se tu gli domandi: “Cos’hai visto?” “Bah, piante, case, colli, per l’inganno consueto”. È come, insomma, uno che fa un cammino senza accorgersi di niente (“Ma non hai visto questo, quest’altro?”). Invece, se s’accorge – e s’accorge quando cammina giocando la sua umanità nei passi che compie -, allora si accorge di una cosa bella, s’accorge di una cosa che lo colpisce, s’accorge di una cosa che è pericolosa, e saprebbe scrivere un tema sul suo cammino».
  • Salire in montagna comporta una fatica, non risparmia il sudore, per tutti, sia pur in modo diverso. Si fatica insieme per raggiungere la meta.

All’Alta Luce con il Rosa sullo sfondo

  • La gita è un’occasione concretissima per capire alcuni aspetti fondamentali nella vita, ad esempio perché vale la pena seguire. Si segue una guida che conosce la via, perché si vuole arrivare alla meta; si segue il suo passo perché aiuta tutti a salire. Tu potresti salire più velocemente di altri, ma stai in fila con tutta la ricchezza del tuo io, aiuti gli altri… e ci guadagni.

Poco prima del Rifugio Duca degli Abruzzi

  • Almeno per un tratto del percorso chiedere il silenzio, chi non parla guarda. Aiutiamoci a vedere e fare vedere.
  • Fare una breve “presentazione” della meta raggiunta: storia, aneddoti e panoramica delle montagne che si vedono intorno. 

N.B. Il capo gita in senso proprio è colui che conosce il percorso e l’ha provato; in sostanza, colui che fa da guida per il gruppo e a cui ci si appoggia per sopperire ad una minore esperienza e a quella parte di rischio (anche se ridotto) necessariamente connessa ad un’escursione. In una vacanza il riferimento o i riferimenti sono quelli che hanno più esperienza di montagna.
Per la preparazione delle gite è utile vedere il video In gita con gruppi numerosi. Per le proposte di percorsi adatti a grandi numeri su questo sito trovate una sezione dedicata: Gite con gruppi numerosi.

About author

Roberto Gardino

Insegnante di educazione fisica in pensione. Appassionato di montagna, sempre alla scoperta di nuove mete. Sono attento all'educazione dei giovani e accompagno spesso gruppi numerosi. Ho curato la mostra e il libro La Compagnia della Cima.

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